Vicenza 4 Settembre 2004. 

ILuoghi del tempo e della storia, in cui la bellezza palpita silenziosa e la vita sedimenta la sua misteriosa avventura fra l'intreccio di alberi secolari, il profilo di splendidi colonnati, il "mandala" prezioso di piazze aperte e ventose. «In questi luoghi la musica racconta l'emozione di esistenze, in cui amore e dolore si rispondono in un gioco di chiaroscuri in grado di evocare atmosfere dalle vibrazioni molto particolari».Claudio Baglioni, ormai alle battute conclusive del suo breve e fortunato tour estivo, “Cercando”, così racconta il senso di un viaggio che lo ha portato a costeggiare siti d'arte e aree dimesse, alla ricerca di nuove ambientazioni e contaminazioni, capaci di portare la sua musica all'interno di suggestioni architettoniche ricche di fascino e di poesia.
In concerto anche stasera sul Piazzale della Vittoria di Monte Berico, il cantautore romano confessa di staccarsi con un po' di malinconia da un tour che ancora una volta gli ha restituito tutto il calore di una popo larità dalle proporzioni «quasi imbarazzanti».


- Baglioni, ha trovato quanto andava “cercando”?
«Ho attraversato luoghi incantati, dove l'emozione provata anni fa è tornata ad abbracciarmi con la stessa straordinaria intensità. E ho incontrato luoghi fatiscenti, in disarmo, sui quali aleggia un'inquietudine strana, che sembra attendere una parola, un pensiero, o forse solo un semplice gesto, per toccare terra e trasformarsi in una speranza di luce e rinascita».


- “L'uomo della storia accanto”, come lei si definisce nel suo ultimo album, che cosa vorrebbe trovare sul pianerottolo, una sera, tornando a casa?
«Vorrei trovare quel modo gentile e ospitale di stare insieme, che un tempo accompagnava la vita di comunità sicuramente più semplici e più povere delle nostre, ma strette da un vincolo di solidarietà che escludeva ogni diffidenza. Oggi che il mondo si è trasformato in un piccolo villaggio globale, rimaniamo ostinatamen te chiusi nei nostri bozzoli superaccessoriati, barricati in una solitudine che rischia di uccidere la nostra parte migliore».


- Baglioni, dove s'incontrano il ragazzo di ieri e l'uomo di oggi?
«Nella musica. Forse perché la musica è un luogo senza tempo. Canto le canzoni di trent'anni fa ed ecco che il ragazzo di ieri mi viene incontro con l'ingenuità e la freschezza di allora, annullando per qualche istante quella linea d'ombra oltre la quale ogni prodigio è possibile».


- Un ricordo bello della sua infanzia?
«1955. Domenica. Ho quattro anni. I miei genitori mi portano in macchina al lido di Ostia. “Tra poco vedrai il mare”, mi dicono. Alzo gli occhi e il cuore si ferma. Non ho abbastanza pensieri…non riesco a contenere quella distesa luccicante e fluida di una grandezza e di una bellezza smisurate. Rimango lì, stupefatto e immobile, annichilito di fronte alla potenza di un'immagine che ha per me ha il sapore di una folg orazione».


- È duro il passaggio dei cinquant'anni?
«No. Sto anzi attraversando un periodo decisamente positivo. Sono sereno, non ho tensioni particolari, lavoro, canto, invento, mi occupo con interesse della gente che viene ai miei concerti: voglio infatti che stia bene, che si trovi a suo agio all'interno di uno spettacolo impegnato a regalare emozioni e buone energie».
- Ha mai pensato di scrivere un romanzo? Guccini e Ligabue l'hanno fatto...


«L'idea è interessante, ma un romanzo ha delle sue regole, una sua struttura. Noi cantanti in genere tendiamo alla sintesi. Tre pagine sono già un poema. Sì, certo, mi piacerebbe. Qualche volta ci ho anche provato… Chissà, tutto è possibile».
- Quali sono le tentazioni alle quali cede più facilmente?

«Il cibo. Sono goloso da morire. E la curiosità. Metto il naso dappertutto. Le cose nuove hanno su di me un'attrazione irresistibile».


- Ogni canzone porta con sé un profumo, un colore, un'immagine. Se lei dovesse indicarne una che, meglio di altre, incarna lo spirito di questo nostro tempo, quale sceglierebbe?
«Probabilmente “Strada facendo”. Siamo tutti lì, sulla strada, in cammino. Una strada che può essere piena di sorprese, ma anche d'insidie, e che io vedo interamente bianca: una luce la rischiara? Una grande nuvola di polvere la avvolge? Non resta che percorrerla passo dopo passo, giorno dopo giorno. Luce e polvere a volte si alzano insieme. Sta a noi decidere se proseguire o riposare».


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Quando guarda lontano, che cosa vede?
«Un orizzonte, e poi un altro orizzonte, e poi un altro orizzonte ancora. È bello questo orizzonte che si muove con noi. Alla fine del gioco mi piacerebbe poter provare una sensazione di pace, di riappacificazione con tutte le persone della mia vita, con le storie cominciate e lasciate a metà, con gli amici perduti lungo la via, con tutto ciò ch e mi ha accompagnato per un tratto e che poi il tempo ha allontanato o disperso. Tante piccole stelle racchiuse in un orizzonte senza confini»