E’ STATO UN POVERO SARTO, LAICO, A INSEGNARE

A KAROL WOJTYLA LA DEVOZIONE ALLA MADONNA

 

    Caro Tony, è diverso tempo che non ti scrivo. La ragione di questo mio silenzio sta nel fatto che sono stato molto impegnato nella stesura di un libro. Per fortuna ho finito di scriverlo proprio ieri e ora posso riposarmi un po’.

    E’ un libro particolare, che sarà pronto in libreria per la fine di aprile. Si intitola “Papa Wojtyla, pellegrino di Maria”. Riguarda proprio questa particolare caratterista della vita di questo  nostro grande Papa: la sua condizione di “pellegrino”.

E’ noto che egli, fin dall’inizio del suo pontificato, ha scelto di andare in giro per il mondo a portare la parola di Dio a tutti. Ha fatto questa scelta perché si sentiva “chiamato” a questa forma di apostolato. Lo ha rivelato lui stesso, scrivendo: <<Fin dal giorno della mia elezione a Pontefice mi sono sentito in dovere di imitare l’apostolo Pietro che “andava a far visita a tutti” per confermare e consolidare la vitalità della Chiesa nella fedeltà alla Parola>>.  Per realizzare questa missione, Giovanni Paolo II ha compiuto 246 viaggi fuori del Vaticano (144 in Italia e 102 all’estero). Ha visitato complessivamente 1015 città, percorrendo un milione 242 mila chilometri e pronunciando 3.300 discorsi programmati.  E in ognuno di questi suoi viaggi, ha sempre inserito delle tappe mariane, delle visite a dei santuari dove fermarsi a pregare la Vergine e affidare a lei i problemi incontrati. Nessuna persona ha mai visitato tanti santuari mariani quanti ne ha visitati Karol Wojtyla.

 Mentre scrivevo questo libro, mi sono documentato anche sulla devozione mariana del Papa, che è una devozione grandissima. Ho cercato di capire come e quando è nata in lui, come si è sviluppata. Ed ho trovato dei dati che mi hanno molto colpito.

 La grande devozione mariana di Papa Wojtyla ha radici profonde nella sua infanzia, nell’esempio dei suoi genitori. E si è poi sviluppata ed è maturata non con l’aiuto di qualche sacerdote santo, di uno speciale confessore o direttore spirituale come in genere si legge nelle biografie dei santi. Ma Wojtyla ha sviluppato questa sua devozione mariana con l’aiuto di un povero laico, un personaggio curioso e strano, che di professione faceva il sarto, ma che possedeva una straordinaria ricchezza spirituale tanto da essere definito da Wojtyla “un vero santo”.

 Ecco, se permetti, vorrei mandarti qualche pagina di ciò ho scritto su questo aspetto della vita di Wojtyla, e sono certo che sarà gradita a te e anche alle persone che in genere si soffermano a curiosare in questo “Angolo” che tu mi hai dedicato.

Le persone che hanno conosciuto bene Giovanni Paolo II sono concordi nell'affermare che la sua devozione alla Madonna è grandissima. Anzi, è un qualche cosa di più di una  devozione. Per una serie particolari di circostanze che gli sono capitate nel corso dell'esistenza, Papa Wojtyla ha sviluppato con la Vergine un legame che è diventato parte essenziale della sua stessa personalità.

Cominciò ad amare la Madonna da bambino, guidato dalla propria madre, Elena, che, come tutta le donne polacche, sentiva in modo fortissimo questa devozione.

 

Lo stesso Giovanni Paolo II nel suo libro "Varcare la soglia della speranza" dice di essere molto legato ai santuari mariani fin della sua infanzia. Allora veniva portato in quei luoghi benedetti dalla madre. Ricorda la Madonna del Perpetuo Soccorso a Wadowice, il santuario di Kalwaria, quello di Jasna Gora con la statua della Madonna nera.

Nell’aprile del 1929, quando aveva nove anni, rimase orfano della madre. Fu cresciuto dal padre, Karol senior, che continuò a trasmettergli, soprattutto con l'esempio, i valori religiosi. Erano soli al mondo. Vivevano insieme, inseparabili, e dormivano anche insieme. E il Papa ha ricordato di aver visto, più volte, svegliandosi nel cuore della notte, suo padre inginocchiato ai piedi del letto assorto nella recita del rosario, e di non aver mai dimenticato quell'immagine di commovente devozione mariana.

Ha imparato quindi dal padre a recitare il rosario ogni giorno e in uno dei suoi libri ha scritto: <<II rosario è la mia preghiera preferita. Preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella sua semplicità e nella sua profondità>>.

 

Dopo la morte della madre, la devozione alla Madonna divenne nel suo cuore  più intensa. Secondo alcuni studiosi, Wojtyla avrebbe trasferito alla Madre celeste quell’affetto e quella tenerezza che non poteva più avere per la sua madre terrena.

A Wadowice, quando era studente liceale, si era iscritto al  “Sodalizio di Maria”, un’associazione maschile di giovani che si proponevano di diffondere la devozione alla Madonna. E durante il liceo, era stato eletto per due anni consecutivi presidente di quell’Associazione.

In occasione del suo ottantesimo compleanno, Giovanni Paolo II ha scritto un libro autobiografico che si intitola “Dono e Mistero”, e in quelle pagine indica la devozione alla Madonna quale fonte della propria vocazione sacerdotale e di tutto quello che poi ne è seguito.

 

<<Parlando delle origini della mia vocazione sacerdotale>>, ha scritto Wojtyla in quel libretto  <<non posso dimenticare il “filo mariano”. La venerazione alla Madre di Dio nella sua forma tradizionale  mi viene dalla famiglia e dalla parrocchia di Wadowice. Ricordo, nella chiesa parrocchiale, una cappella laterale dedicata alla Madre del Perpetuo Soccorso, dove di mattina, prima dell'inizio delle lezioni, si recavano gli studenti del ginnasio. Anche a lezioni concluse, nelle ore pomeridiane, vi andavano molti studenti per pregare la Vergine.

 

<<Inoltre, a Wadowice, c'era, sulla collina, un monastero carmelitano, la cui fondazione risaliva ai tempi di San Raffaele Kalinowski.

Gli abitanti diWadowice lo frequentavano in gran numero, e ciò non mancava di riflettersi in una diffusa devozione per lo scapolare della Madonna del Carmine. Anch'io lo ricevetti, credo all'età di dieci anni, e lo porto tuttora. Si andava dai Carmelitani anche per confessarsi.

<<Fu così che, tanto nella chiesa parrocchiale quanto in quella del Carmelo, si formò la mia devozione mariana durante gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza fino al conseguimento della maturità classica>>.

 

 

Nel 1938 Karol Wojtyla, sempre assieme al suo papà,  lasciò Wadowice e si trasferì a Cracovia per seguire i corsi universitari. A Cracovia  in poco tempo divenne il giovane intellettuale più ammirato. Cominciò a frequentare i circoli letterari e teatrali, i salotti artistici, dove si tenevano concerti. Wojtyla, che già a Wadowice si era affermato come attore e come poeta, rivelò a Cracovia ancor più il suo talento. Divenne in quel periodo un attore ammirato, nei salotti recitava le sue composizioni poetiche, che erano ammirate e osannate. Tutti pensavano che sarebbe diventato un prestigioso esponente della letteratura polacca contemporanea.

 

Il cambiamento di luogo, la vita universitaria, il contatto con il mondo giovanile della grande città, i trionfi letterari avrebbero in un certo modo potuto raffreddare quella istintiva devozione mariana che il giovane Wojtyla aveva assimilato in famiglia.  Nel 1939, poi, arrivò anche la guerra. La Polonia venne invasa dai nazisti che imposero un regime di terribile oppressione. Seguirono anni di stenti, fame, sofferenze, mancanza di libertà, persecuzioni, uccisioni, condizioni di vita disumane. Wojtyla dovette interrompere gli studi,  perché i nazisti avevano chiuso l’università e dovette andare a fare l’operaio per mantenere se stesso e suo padre. Anche tutto questo poteva contribuire a cambiare la sua visione dell’esistenza e del mondo. E soprattutto poteva fargli mutare le convinzioni religiose.  Ma non accadde. Anzi, a Cracovia, proprio in quegli anni di sofferenze, Karol Wojtyla approfondì e maturò le proprie convinzioni religiose e soprattutto la propria devozione alla Madonna.

 

Appena giunto a Cracovia, Karol cominciò a frequentare  la parrocchia del quartiere dove era andato ad abitare. La chiesa era quella di San Stanislao Kostka, gestita dai salesiani.

Come era sua abitudine a Wadowice, ogni mattina Lolek faceva una visita in quella chiesa e  restava a lungo inginocchiato a pregare.

 

Quel giovane, così compito e dal fisico prestante, che pregava con tanta concentrazione, fu notato non solo dai sacerdoti, ma anche da un personaggio laico strano e misterioso, Jan Tyranowski.

Era un tipo  magro, goffo, curvo, con capelli grigiastri pettinati all’indietro. La sua voce aveva toni acuti, quasi come quella di una ragazza. Qualcuno lo considerava un po’ matto. Gli stessi sacerdoti della parrocchia non avevano una grande considerazione per lui. Invece, Jan Tyranowski  era uno spirito illuminato e il giovane Wojtyla lo intuì subito.

 

<< Tyranowski>>, scrisse in seguito Giovanni Paolo II <<era una persona che si distingueva da tutte le altre. Di professione era impiegato, anche se aveva scelto di lavorare nella sartoria di suo padre. Affermava che il lavoro di sarto gli rendeva più facile la vita interiore. Era un uomo di una spiritualità particolarmente profonda>>.

Jan Tyranowski avvicinò il giovane Wojtyla. Non si sa che cosa gli disse, ma tra i due nacque subito un’intesa.

Dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, la chiesa polacca viveva in grandissime difficoltà. I nazisti avevano arrestato moltissimi sacerdoti. Anche gli otto salesiani che lavorano nella parrocchia di San Stanislao erano finiti in campo di concentramento, tranne uno. Questi, per cercare di tenere viva la fede nella parrocchia, soprattutto tra i giovani, chiese aiuto ai laici e si rivolse anche Jan Tyranowski.

 Lo strano sarto si dedicava già  a una sua piccola iniziativa spirituale tra i giovani, che aveva  chiamato  “Rosario vivente”. Anzi, in varie occasioni aveva anche parlato con i religiosi della  parrocchia di questo suo lavoro, ma senza essere preso in considerazione. Ora però quella sua attività diventava preziosissima e fu pregato di coltivarla con grande diligenza.

Il “Rosario Vivente” era una iniziativa mariana rivolta ai giovani perché potessero dare  concretezza alla propria fede. Gli iscritti si impegnavano soprattutto a mettere in pratica, nella vita di tutti i giorni, gli insegnamenti che venivano dalla preghiera, dalla lettura del Vangelo e di altri libri a carattere spirituale.

Durante l’invasione tedesca, il movimento divenne clandestino. Come tutte le associazioni cattoliche, anche il “Rosario Vivente” fu proibito dai tedeschi. Essi consideravano i gruppi giovanili fertile terreno di complotti. Una volta la Gestapo fece irruzione nell'appartamento di Tyranowski durante una riunione. Nessuno sa che cosa il sarto disse per scongiurare l’arresto di tutti i presenti. Ci fu una lunga discussione, al termine della quale i poliziotti della Gestapo se ne andarono.

 Gli iscritti al “Rosario vivente” erano divisi in gruppi di quindici individui. Ogni gruppo era guidato da un capo, che rispondeva direttamente al fondatore, Jan Tyranowski.

Negli anni dell’invasione, il movimento contava circa una sessantina di aderenti, il più giovane dei quali aveva 14 anni, ed erano guidati da quattro capi: uno di essi era Karol Wojtyla. Jan Tyranowski incontrava il gruppo al completo una volta al mese,  ma era sempre disponibile a ricevere chiunque avesse avuto bisogno di parlare con lui.

Per quei giovani egli era un vero padre spirituale, una guida di grandissimo valore che amavano e seguivano con ardore.

I suoi insegnamenti erano elementari.

Diceva che bisognava avere idee chiare e concrete sulle verità della fede, e su come si deve agire per metterle in pratica con determinazione.

Suggeriva ai suoi giovani di fare l’esame di coscienza tutti i giorni e a tenere, su un quaderno, un controllo scritto quotidiano per verificare le proprie azioni e la fedeltà ai propositi fatti.

<<Le verità religiose>>, affermava <<non sono “limitazioni o interdizioni” bensì mezzi per dare forma a una vita che, tramite la grazia, diviene partecipazione alla vita di Dio>>.

Tyranowski era un tipo carismatico. Riusciva a trasmettere entusiasmo. Da lui, Karol Wojtyla apprese certe abitudini di controllo e di disciplina nella vita spirituale, che conservò poi per sempre.

<<Imparai così i metodi elementari di autoformazione che avrebbero poi trovato conferma e sviluppo nell'itinerario educativo del seminario>>, ha scritto Giovanni Paolo II. << Tyranowski, che era venuto formandosi sugli scritti di San Giovanni della Croce e di Santa Teresa d'Avila, mi introdusse nella lettura, straordinaria per la mia età, delle loro opere>>.

Fu Tyranowski, infatti, a favorire, nel giovane Wojtyla, la conoscenza del misticismo spagnolo e in particolare, appunto, delle opere di  san Giovanni della Croce e di Santa Teresa d’Avila. Opere che ebbero, poi,  sulla sua formazione spirituale e sul suo pensiero teologico una grande influenza. Ma Tyranowski contribuì molto anche  alla “maturazione” della devozione mariana di Karol Wojtyla. 

Fu lui a suggerire a Karol, in quegli anni di guerra, la lettura delle opere del grande mariologo francese San Luigi Maria Grignion de Monfort, in particolare il famoso “Trattato”, opera che è ancora fondamentale nella storia della mariologia. Quelle letture aiutarono Wojtyla a passare da una devozione mariana istintiva, a quella  teologica, che lo accompagnerà per tutta la vita.

<<A Cracovia>>, scrisse il Papa <<nel periodo in cui andava configurandosi la mia vocazione sacerdotale, anche grazie all’influsso di Jan Tyranowski, il mio modo di comprendere il culto della Madre di Dio subì un certo cambiamento. Ero già convinto che Maria ci conduce a Cristo, ma in quel periodo cominciai a capire che anche Cristo ci conduce a sua Madre.

<<Ci fu un momento in cui misi in qualche modo in discussione il mio culto per Maria ritenendo che esso, dilatandosi eccessivamen­te, finisse per compromettere la supremazia del culto dovuto a Cristo. Mi venne allora in aiuto il libro di San Luigi Maria Grignion de Montfort che porta il titolo di  “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine”. In esso trovai la risposta alle mie perples­sità. Sì, Maria ci avvicina a Cristo, ci conduce a Lui, a condizione che si viva il suo mistero in Cristo.

<<Il trattato di San Luigi Maria Grignion de Montfort può disturbare con il suo stile un po' en­fatico e barocco, ma l'essenza delle verità teologiche in esso contenute è incontestabile. L'autore è un teologo di classe. Il suo pensiero mariologico è radicato nel Mistero trinitario e nella verità dell'Incar­nazione del Verbo di Dio.

<<Compresi allora perché la Chiesa reciti l'Angelus tre volte al giorno. Capii quanto cruciali siano le parole di questa preghiera:

“L'Angelo del Signore portò l'annuncio a Maria. Ed ella concepì per opera dello Spirito Santo... Eccomi, sono la serva del Signore. Avvenga di me secondo la tua parola... E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi...”.   

Parole davvero decisive! Esprimono il nucleo dell'evento più grande che abbia avuto luogo nella storia dell'umanità.

<<Così, grazie a San Luigi, cominciai a scoprire tutti i tesori della devozione mariana da posizioni in un certo senso nuove: per esempio, da bambino ascoltavo “Le ore sull'Immacolata Concezione della Santissima Vergine Maria”, cantate nella chiesa par­rocchiale, ma soltanto dopo mi resi conto delle ric­chezze teologiche e bibliche in esse contenute. La stessa cosa avvenne per i canti popolari, ad esempio per i canti natalizi polacchi e le “Lamentazioni” sulla Passione di Gesù Cristo in Quaresima, tra le quali un posto particolare occupa il dialogo dell'anima con la Madre Dolorosa.

<<Fu sulla base di queste esperienze spirituali che venne delineandosi l'itinerario di preghiera e di contemplazione che avrebbe orientato i miei passi sulla strada verso il sacerdozio, e poi in tutte le vicende successive fino ad oggi>>.

Ma chi era veramente Jan Tyranowski?.  Come mai si è trovato sulla strada di Karol Wojtyla? Perché il futuro grande Papa fu educato e spiritualmente formato,  soprattutto nelle devozione mariana, da un laico?

Certamente Jan Tyranowski fu un docile strumento nelle mani di “chi sapeva” quale missione doveva un giorno svolgere quel giovane di nome Karol Wojtyla.

Al termine della guerra, quando Karol Wojtyla entrò in seminario, Jan Tyranowski si ammalò. Il suo compito era finito.  Tra il 1945 e il 1946 rimase a letto quasi un anno. Probabilmente aveva un cancro diffuso. Gli venne anche amputato un braccio. Sopportò ogni sofferenza senza lamentarsi mai. Consolava coloro che andavano a trovarlo. Morì nel marzo 1947. Morì sorridendo agli amici e stringendo un crocefisso sul petto.

    Wojtyla non potè partecipare ai funerali. Era a Roma dove studiava i mistici spagnoli, alla cui conoscenza era stato introdotto proprio da Jan Tyranowski.  E, in una commemorazione scritta, affermò: <<Tyranowski era uno di quei santi sconosciuti, celati come una luce meravigliosa in fondo alla vita, a una profondità dove generalmente regna la notte>>.

Il sarto Jan Tyranowski fu, quindi, il vero maestro di Karol Wojtyla nella devozione alla Madonna. Lo aiutò a scoprire  i veri fondamenti teologici su cui poggia questa devozione, costruendo in lui delle convinzioni solide che non avrebbe mai più dimenticato.

La devozione mariana fu una delle componenti  principali dell’attività sacerdota­le di Wojtyla. Quando venne nominato vescovo, dovette scegliere, com’è consuetudine, un “motto” uno slogan da inserire nel proprio stemma vescovile. E anche in quella scelta Wojtyla  palesò quando grande fosse stata l’influenza di Jan Tyranowski nella sua formazione spirituale.  Lo stemma da lui scelto era costituito da una croce, una «M» (a significa­re Maria), e dalla scritta «Totus tuus», (tutto tuo), frase che racchiude proprio l’essenza delle devozione alla Madonna che aveva approfondito sotto la guida di Jan Tyranowski. Come abbiamo già detto, fu il  sarto, infatti, a fargli conoscere le opere di San Luigi Maria Grignion di Montfort, da cui quella frase proviene. <<La frase “Tutus tuus”>>  ha scritto Wojtyla nel suo libretto autobiografico <<deriva da San Luigi Maria Grignion de Montfort. È l'abbreviazione della forma più completa dell'affidamento alla Madre di Dio, che suona così: Totus Tuus ego sum et omnia mea Tua sunt. Accipio Te in mea omnia. Praebe mihi cor Tuum, Maria>>.

Quella formula il giovane Wojtyla l’aveva pronunciata nel 1939, quando, sotto la guida di Tyranowski, aveva compiuto il suo atto di “schiavitù amorosa” alla Madonna. E da allora, quella frase, “Tutus tuus”,fu la sua “parola magica”, la sua guida, il suo slogan, presente nei discorsi, nelle lettere, nelle esortazioni. Appena eletto Papa, la fece scrivere anche sui muri del Vaticano, accanto allo stemma del suo Pontificato.

 Un giorno, Vittorio Messori, il grande scrittore cattolico che ha avuto l’onore di scrivere un libro insieme a Karol Wojtyla, mi ha detto: <<Il nostro Papa non "crede" nella Madonna. Perchè, beato lui, ha raggiunto lo stadio dell'evidenza, della certezza. Lui “vive” la realtà spirituale come fosse una realtà fisica. Per lui la Madonna è una persona concreta, reale, e pensa a lei come si pensa a un componente del­la propria famiglia. Karol Wojtyla non è "devoto" della Madonna, è "innamorato" di Maria, nel senso letterale del termine e vive questo sentimento con la massima intensità>>.

Renzo Allegri